FC 26 I 50 giovani talenti più forti del calcio mondiale nel 2026 – Prima parte
Prima Parte

GILBERTO MORA, 2008, XOLOS DE TIJUANA (MESSICO)
C’è mai stato un momento in cui, guardando all’anno che sta per iniziare, vi siete sentiti pervadere da una vertigine? Un 31 dicembre in cui vi siete detti che da domani tutto sarebbe stato diverso per sempre?
Ecco: è esattamente il fine 2025 che sta vivendo Gilberto Mora, il Mahdi che i Fremen messicani hanno designato come personalissimo Lisan al’Gaib.
Certo, doversi sentire sul collo il fiato delle aspettative di un intero paese in limine a un Mondiale casalingo, a diciassette anni, deve essere piuttosto pesante. Ma anche elettrizzante. E poi Mora non ha fatto niente, quest’anno, per sopire le braci del sogno. Nonostante gli Xolos di Tijuana non abbiano particolarmente brillato, quattordicesimi nella Liga Clausura e settimi nella Apertura, Mora ha ammonticchiato già quasi cinquanta presenze, ricoprendo praticamente tutti i ruoli del centrocampo (e a volte giocando anche come ala sinistra, o addirittura come centravanti) e segnando 5 reti, oltre a infrangere record qua e là. (Qua c’è una doppietta contro i Chivas de Guadalajara, per esempio, che dovreste vedere non foss’altro che per vivere l’esperienza black-out dopo ogni gol degli Xolos).
Ma la consacrazione vera è arrivata con la camiseta della Nazionale: in estate ha strappato ad Armando Manzo il record come più giovane esordiente nella Tricolor, entrando in formazione ai quarti di finale della Gold Cup per non andarsene di più – e per alzarla. In semifinale, dopo aver tagliato la difesa dell’Honduras come fosse fatta di burro, ha anche fornito l’assist per il gol vittoria di Raúl Jiménez diventando, ovviamente, il più giovane assistman nella storia della nazionale messicana.
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Poi, a novembre, è stato vita dolcezza speranza del Messico al Mondiale Under-20, in cui in 5 partite ha segnato 3 gol e servito 2 assist.
Così, a fine 2025, si ritrova a essere il calciatore professionista U17 che ha segnato più gol di tutti al mondo, 12, e un po’ di ansia da prestazione, a questo punto, è anche normale sentirla salire.
Ma la maturità nei processi decisionali, insieme alla modernità nell’interpretazione del ruolo di playmaker e a una certa dose di carisma, sono tutte caratteristiche che a Mora, decisamente non mancano. Oltre a una certa famelicità (come in quella famosa poesia di Neruda, sembra sempre che si mangerebbe tutta la terra e si berrebbe tutto il mare), però fastidiosa, che hanno portato il Loco Abreu a soprannominarlo “Il Piraña”. E per me se el loco ti trova un soprannome, in qualche modo, ce l’hai fatta. Ora c’è solo da caricarsi il peso di una Nazione intera sulle spalle al Mondiale, cosa vuoi che sia?
DASTAN SATPAEV, 2008, KAIRAT (KAZAKISTAN)
Se siete nostalgici del “Kun” Aguero, entusiasti di Kilicsoy e credete ancora in Giacomo Raspadori. Se siete, cioè, dei fissati dei centravanti bassi, Dastan Satpaev rischia di diventare il vostro giocatore preferito. Specie se vi piacciono i giocatori esotici, e non c’è niente di più esotico di un attaccante basso e massiccio che viene dal Kazakistan e indossa la ‘9’ del Kairat Almaty.
A luglio è diventato il giocatore più giovane della storia a segnare in Champions League. Il Chelsea si è già assicurato il suo cartellino per una cifra attorno ai 4 milioni di euro. Lo stiamo vedendo in Europa, dove si sta disimpegnando bene: già pronto nonostante la scarsa statura e i nemmeno 18 anni. Non sta giocando nel suo ruolo di punta ma il Kairat lo sta schierando esterno a sinistra, dove è più protetto. Può ricevere largo, fronte alla porta e far esplodere la sua velocità. Tuttavia non è un’ala. La sua qualità migliore è un tiro in porta esplosivo, impressionante. Satpaev è di quei giocatori che riesce a colpire la palla da sotto col collo del piede, la gamba rigida, e a dargli potenza e traiettorie imprevedibili. Sa calciare col destro e col sinistro. Un giocatore di questa statura ha un futuro al centro dell’attacco, contro difensori fisicamente sempre più tirannici?
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Satpaev diventerà forte o sarà solo un fenomeno da giovedì sera? Di certo il suo arrivo, dopo Kushanov e Kvaratskhelia, racconta il grande momento del calcio centro-asiatico.
MAHER CARRIZO, 2006, VÉLEZ (ARGENTINA)
C’è un perché se il Vélez Sarsfield, tra i suoi vari apodos, ha quello di “La Fábrica”. Dal suo settore giovanile negli ultimi sono usciti, sfornati in maniera quasi fordista, archetipi calcistici che hanno fatto le fortune di svariate squadre in Europa (ma soprattutto delle casse del Vélez, c’è da dire), con un marchio di fabbrica talmente specifico da essere chiamati pives (crasi tra pibes, ragazzi, e la V della maglia del Vélez). Oggi in catena di montaggio mettiamo attaccanti forti fisicamente? Mateo Pellegrino e Santi Castro. Domani vogliamo dedicarci alle ali tecniche e sguscianti? Thiago Almada e Gianluca Prestianni. L’operazione ali, particolarmente riuscita, è quella più replicata, se possibile in maniera sempre più personalizzata: non solo voglio un esterno d’attacco capace di segnare un sacco di gol, ma lo voglio col doppio taglio, se possibile anche un po’ ossigenato. È così che è uscito fuori Maher Carrizo.
Chaqueño di Santiago del Estero, Carrizo ha esordito in prima squadra ad agosto 2024 grazie a Gustavo Quinteros, in una partita di Copa Argentina contro il San Lorenzo a eliminazione diretta. In quel momento era reduce da una Copa Proyección, il torneo Primavera, travolgente, in cui tra Apertura e Clausura aveva già segnato 9 gol in 18 partite, giocando da seconda punta al fianco di Alejo Sarco. Maher, però, nonostante a inizio carriera venisse presentato come un nueve, è molto più a suo agio sulla fascia destra, dove può giocare a piede invertito, tanto da ala quanto da esterno puro di centrocampo, e mandare ai pazzi i difensori con i suoi strappi elettrici e la sfacciataggine di chi va a partecipare a un encierro a Pamplona.
In quella partita, oltre a debuttare Maher ha anche segnato il gol decisivo per il 3-1 finale (assist di un altro regen, Matías Pellegrini)(impressionante, a volte neppure si sforzano di cambiare i nomi).
Il suo 2025 è stato debordante: dieci gol in ventiquattro partite in Primera, miglior marcatore U20 della Libertadores con 5 reti, un Sudamericano U20 giocato da protagonista (con 4 gol in due partite) e ancor di più un Mondiale U20 – in cui l’Albiceleste si è dovuta inchinare solo in finale di fronte al Marocco – con 3 gol (e un assist).
Dopo sole 34 partite tra i professionisti, un letimotiv che sta diventando piuttosto abituale nel paese del Sol de Mayo, è già sul piede di lasciare l’Argentina per trasferirsi in Brasile, dove lo sta cercando il Botafogo, squadra che sembra avere un particolare feeling per i talenti del Vélez (di qua sono già passati Thiago Almada, oggi all’Atlético Madrid, e Álvaro Monteiro, ne parliamo più avanti). Con quella zazzera bionda, quell’insolenza sbarazzina e l’attitude di festeggiare i gol con quel balletto scemo, il doppio salto Argentina-Brasile-Europa sembra solo questione di tempo.
KERIM ALAJBEGOVIC, 2007, RB SALISBURGO (BOSNIA)
Non cominciate ad avere l’impressione che nessun calciatore indossi i calzettoni bassi? Una tradizione che parte almeno da Sivori, passa per Rui Costa, arriva a Trent Alexander Arnold. Per fortuna sembra arrivato Kerim Alajbegovic, che attacca i difensori mostrando le caviglie. Il calzettone basso, se si è un giocatore tecnico che ama il dribbling, è una sfida, un gesto di coraggio, un guanto di sfida. Alajbegovic parte da sinistra e porta palla con l’esterno destro. Inarca il corpo un po’ in avanti, non la passa mai, usa quasi solo il destro nel dribbling – ma sa calciare anche col sinistro.
Si nota che il suo stile di gioco è stato sviluppato attorno a un corpo diverso da quello attuale. Ora Alajbegovic è alto un metro e 85 e ha un fisico piuttosto pesante. È difficile da spostare quando difende palla, ma non è estremamente esplosivo. È un esterno, ma per sopravvivere ad alti livelli avrà bisogno di squadre che lo facciano giocare verso il centro del campo. Forse la sua qualità nel controllo stretto, pur essendo tra le sue qualità migliori, non è esattamente d’elite. Però, come altre ali balcaniche, ha alcuni vezzi che lo rendono particolarmente bello da vedere: l’andatura un po’ caracollante, le finte di corpo, il modo in cui rallenta per rientrare.
È cresciuto nel Bayer Leverkusen – dove era stato paragonato impropriamente a Wirtz, di cui non ha né la visione di gioco né la sensibilità negli spazi stretti – ma da quest’anno gioca nel RB Salisburgo, dove sta già trovando parecchio spazio e dimostrando personalità.
HONEST AHANOR, 2008, ATALANTA (ITALIA)
Honest Ahanor non sembra essere esattamente entrato nelle grazie di Raffaele Palladino (che lo ha tolto dai titolari dopo appena un tempo nella partita d’esordio contro il Napoli), ma questo cambia poco del 2025 incredibile che ha appena vissuto. Un giocatore che pochi mesi fa era conosciuto solo dagli impallinati del campionato Primavera ha iniziato a entrare prima nelle rotazioni della prima squadra del Genoa, con Vieira, e poi ha trovato un minutaggio consistente con l’Atalanta, che per accaparrarselo ha sborsato 17 milioni di euro. Quanti altri calciatori italiani minorenni possono dire di aver vissuto un anno simile?
Avevamo già capito, la scorsa stagione, che Ahanor era atleticamente fuori scala per il contesto giovanile e che da quel punto di vista era già pronto per il calcio professionistico. All’Atalanta, però, è stato schierato prevalentemente da “braccetto” e abbiamo scoperto un lato più sorprendente per un difensore così giovane. Ahanor, infatti, si sta rivelando affidabile per l’età che ha e piuttosto duro negli uno contro uno: in quasi tutte le statistiche difensive (per esempio: contrasti più intercetti aggiustati per possesso, percentuale di dribbling fermati, duelli aerei vinti; dati Hudl StatsBomb) è sempre tra i migliori della squadra bergamasca. Forse la partita in cui questa inaspettata sicurezza è emersa è quella di Champions League contro il Marsiglia, che l’Atalanta ha vinto 0-1 tornando a Bergamo con un risultato molto più stretto di quanto il campo non abbia detto, e non è un caso che pochi giorni dopo la rivista francese So Foot si sia chiesta: com’è possibile che Ahanor non sia ancora stato convocato dall’Italia? Ahanor è nato ad Aversa, in provincia di Caserta, da genitori nigeriani e la risposta probabilmente già la sapete.
JONES EL-ABDELLAOUI, 2006, CELTA (MAROCCO)
Viene da una famiglia di calciatori: ha tre cugini che hanno giocato ad alti livelli, tra cui Omar, ex terzino del Manchester City. A 15 anni Jones, con un casco di capelli sulla testa, ha firmato un contratto col Valerenga. Quattro anni dopo si è trasferito al Celta Vigo, in Spagna, per poco più di 4 milioni di euro. Ha attirato l’attenzione con 13 gol in 26 presenze, e il titolo di “miglior giovane”, nella seconda divisione del calcio norvegese, la OBOS-ligaen – comunque dominata dalla sua squadra, il Valerenga appunto.
Quando si dice che in Italia non ci sono idee a questo ci riferiamo: perché, tra tutti i giocatori che ultimamente prendiamo dalla Scandinavia, non uno come El-Abdellaoui? Non stiamo parlando di un talento sconvolgente. Gioca esterno offensivo ma ha un tocco palla che non ruba l’occhio (molto interno piede, molti cambi di velocità sul binario). Però El-Abdellaoui è veloce e possiede un buon istinto per la porta. Sa calciare con entrambi i piedi e la rapidità d’esecuzione, e questo istinto non banale, lo rendono pericoloso negli ultimi metri. Nell’uno contro uno non é particolarmente tecnico o creativo, ma ha una corsa potente e leggera. Al Valerenga veniva schierato come ala destra a piede naturale proprio per esaltare le sue doti atletiche e nascondere le imprecisioni tecniche; ma anche perché quando rientra dal destro al sinistro può essere veramente letale: calcia molto bene con l’interno sinistro verso il palo lontano. È nato e cresciuto in Norvegia, ma ha iniziato a bazzicare le nazionali giovanili marocchine: se vi aspettate però un aletta nordafricana fumosa e piena di dribbling scordatevelo. El-Abdellaoui è così concreto che in Italia probabilmente verrebbe convertito in un esterno a tutta fascia.
Questa meccanicità che si porta dietro però si trasmette nelle letture offensive un po’ banali. Non è un giocatore particolarmente evoluto. Corre sul binario, ci mette fisico e concretezza, ma non ragiona certo fuori dagli schemi e spesso è un po’ testardo – so di dire una cosa strana ma somiglia un po’ a Candreva in certe cose. Ha segnato il primo gol contro l’Athletic Club volando in campo aperto.
Il Celta ci è arrivato prima di altri, accettando anche il rischio di prelevarlo mentre era ancora in seconda divisione, anche grazie alla tradizione che può vantare di scouting nel calcio scandinavo – è la squadra di Krohn-Dehli, di Pione Sisto, di Stralfelt, di Strand Larsen.
AGUSTIN MEDINA, 2006, LANUS (ARGENTINA)
Con la sua faccia da ragazzetto cresciuto in un quartiere difficile, e nondimeno molto timido, che grazie al sacrificio si conquista una borsa di studio al college e strappa un sì per andare al ballo con la ragazza più affascinante della scuola, Agustín Medina è il miglior giovane argentino di cui non avete sentito parlare, non ancora, o almeno non con quei toni entusiastici che spesso dedichiamo ai talentini al otro lado del charco. Cresciuto come cinco ma impiegato da Mauricio Pellegrino, che lo ha fatto esordire a inizio anno, soprattutto come volante difensivo nel 4-5-1 del Granate, Medina non è soltanto forte fisicamente: ha sì una struttura piazzata che usa per proteggere il pallone, ma anche e soprattutto due piedi educatissimi che gli permettono di divincolarsi nello stretto, di nascondere il pallone prima di imprimere uno strappo e impostare l’azione. Medina, insomma, a voler scegliere una definizione onnicomprensiva del suo modo di stare in campo, è un giocatore di una sostanza appariscente, o di un estro essenziale, scegliete l’ossimoro che più vi piace.
A metà 2025 le statistiche del CIES lo hanno incluso nei 200 migliori teenagers al mondo, terzo tra gli argentini (dopo Mastantuono, ovviamente, e la punta Santino Andino). Questa esplosione di hype è perlopiù dovuta a uno stato di grazia raggiunto nell’autunno australe, il cui culmine è stato un gol pesantissimo, segnato in Perù contro il Melgar, che ha permesso al Lanús di superare la fase a gironi di una Sudamericana che si stava mettendo male e che poi, invece, contro ogni pronostico, avrebbe vinto da protagonista.
Il gol che ha acceso i riflettori è un po’ la metafora della carriera di Medina fino a oggi: se avesse colpito di collo pieno, al volo, dal limite dell’area, il suo nome sarebbe rimbalzato in ogni reel. E invece eccolo qua, a perseguire con perseveranza una palla rallentata da mille titubanze, costretto a rubare le attenzioni forte solo dell’umiltà delle sue letture tattiche, di un saper stare in campo, di un’abnegazione ai compiti assegnati che forse lo fanno passare un po’ troppo inosservato. Ha firmato un rinnovo di contratto con il Lanús fino al 2028 da poco, che in fondo però non vuol dire niente: non sembra prontissimo per l’Europa, ma difficile pensare di non vederlo presto almeno con la camiseta di una grande d’Argentina.
BRIAN MADJO, 2009, METZ (LUSSEMBURGO)
Brian Madjo, come potete vedere, ha 16 anni ma è alto un metro e novanta e peserà, su per giù, 85 chili. Gioca nel Metz ed è un ammasso di carne semplicemente impossibile da spostare. È nato in Inghilterra ma gioca per il Lussemburgo, dove i suoi genitori si sono trasferiti quando era molto piccolo. Promette di diventare il calciatore più forte della storia del Lussemburgo. Cercando informazioni su di lui mi sono imbattuto in una discussione di tifosi lussemburghesi che vi sintetizzo con un commento solo: «L’ho visto giocare questo weekend e se mai dovesse giocare per l’Inghilterra, mi taglio le palle».
È difficile scrivere di Madjo, perché è difficile scrivere di un essere umano così incredibilmente dotato atleticamente. I suoi video nelle giovanili sono imbarazzanti. I difensori gli rimbalzano addosso come fanno i rohirrim sulle zampe degli Olifanti nella battaglia finale del Ritorno del Re. Immagino gli abbiano proibito di giocare coi suoi coetanei per ragioni di sicurezza. Quest’anno sta muovendo i primi passi tra i professionisti, e lo sta facendo con la dimestichezza di chi può bullizzare altri esseri umani di qualsiasi categoria, ma anche con l’impaccio di chi in fondo ha 16 anni ed è molto acerbo. Madjo deve ancora imparare a usare bene il suo corpo, a muoversi intorno all’area, e a capire come fare. È ancora troppo poco tecnico e macchinoso nella preparazione al tiro, ha un controllo farraginoso e i suoi tiri sono spesso spenti. Ma sulla sua base atletica si può costruire davvero un grande centravanti. Madjo non è solo molto grosso e molto veloce, ma si muove anche con una certa leggerezza quando lo spazio si restringe. Non serve nemmeno che vi dica che in Francia viene paragonato a Lukaku. Fa ancora in tempo a cambiare Nazionale e a passare all’Inghilterra, se mai gli venisse in mente di voler tradire il Lussemburgo.
AYYOUB BOUADDI, 2007, LILLE (FRANCIA)
Con i capelli boccolosi e la corsa da struzzo, Ayyoub Bouaddi ricorda l’Adrien Rabiot del PSG: come gioco ma anche come giocatore. Una mezzala, cioè, dura e intensa, ma che quando può parte in verticale, soprattutto con la palla, con una conduzione che sembra poter sradicare gli alberi. Bouaddi, in questo senso, è un centrocampista d’ordine e di disordine al tempo stesso: d’ordine quando c’è da recuperare palla e risistemare la squadra con un semplice possesso corto; di disordine, invece, quando rompe le linee avversarie palla al piede, come una nave rompighiaccio, o quando il Lille parte in transizione lunga dalla propria metà campo.
È un centrocampista da squadre verticali, insomma, anche perché il ventaglio di scelte con la palla sono limitate e un contesto più puramente posizionale forse finirebbe per privarlo della sua eccezionalità. Vederlo giocare, tenendo a mente che ha da poco compiuto 18 anni, comunque è impressionante: è già quello che si definisce “un veterano del centrocampo” e agli avversari incute un timore quasi dittatoriale, per la sicurezza con cui effettua i suoi interventi e il controllo che vuole esercitare sulle sue zone di campo. All’inizio di dicembre ha rinnovato il proprio contratto con il Lille ma quest’estate è probabile che partirà per una grande di Premier. Dopo appena due stagioni da titolare in Ligue 1, si candida quindi a diventare il nuovo grande talento del Lille in Inghilterra dopo Leny Yoro.




