Come la politica usa il calcio. Di Lapo De Carlo

È successo di nuovo, in una modalità sgradevole. La ragion di uno Stato ha fatto il suo ingresso in un campo da gioco senza chiedere il permesso e ha alzato la voce come un bullo da paese.
La politica ha usato spesso lo sport per propagandare una rivendicazione, un’azione politica o utilizzare una vetrina per mostrare la grandezza del proprio Paese. È accaduto svariate volte con le Olimpiadi, su tutte quelle organizzate a Berlino davanti a Hitler e con i mondiali in Argentina e in Corea del Sud.
In un mondo del calcio, dove ci si illudeva, anche superficialmente, che civiltà e rispetto dei diritti umani si fossero depositati in un pianeta persuaso che pace e comprensione fossero la via da seguire.
C’era e c’è tuttora una forte ingenuità in questa speranza ma è la base di una legittima indignazione verso invasioni di campo, come quelle che la Turchia e i suoi giocatori stanno facendo, beffandosi del buon senso.
I nazionali turchi, dopo un gol quasi in extremis all’Albania, hanno pensato male di fare un saluto militare, rivolgendo così il consenso verso l’attacco alla popolazione curda. Un gesto plateale che Cengiz Under, giocatore della Roma ha replicato con un post su Instagram in cui faceva lo stesso saluto e metteva la bandiera turca. Gundogan e Demiral hanno messo un like alla foto che ritrae i calciatori turchi che fanno il saluto e Cenk Sahin, giocatore del San Pauli ha fatto un post esplicito in favore di Erdogan.
I tifosi della Roma e, ancora più duramente, quelli della squadra tedesca, hanno chiesto l’allontanamento del giocatore, perché infanga il nome del club. Più “ponziopilatescamente” le società interessate hanno preferito non prendere alcuna decisione. Resta però una forte irritazione per come i giocatori che si dicono sorpresi “ho solo fatto un like ad un amico”, “era solo una foto” ecc… si prendano gioco dell’evidenza e di tutta l’indignazione. Se anche fosse stato un like innocente quello di Gundogan, sarebbe altrettanto colpevole per manifesta goffaggine.
Per chi non segue le vicende politiche è complicato comprendere cosa stia accadendo. Riassumendo:
i curdi sono stati i primi ad opporsi all’avanzata dell’Isis, nonostante la sostanziale inerzia della comunità internazionale e un governo degli Stati Uniti che ha mandato avanti un popolo che ancora oggi non ha un suo territorio. Lo hanno fatto eroicamente e con successo ma il presidente turco Erdogan considera i curdi terroristi, dunque ha iniziato contro di loro una guerra preventiva, mentre Donald Trump, che li aveva spinti a combattere, si è defilato sostenendo comicamente “i curdi non ci hanno aiutato durante la seconda guerra mondiale”.
Se la comunità europea è inerte, sgomenta ma appollaiata, la UEFA, che ne è una sua emanazione, intende essere altrettanto distaccata.
La prossima finale di Champions si disputerà infatti a Istanbul, qualunque cosa faccia Erdogan. Questa guerra interessa tutti ed è molto pericolosa ma intanto ci sono altri conflitti che reclamano una fetta di visibilità, con qualunque mezzo. Lo dimostra la surreale vicenda di un amichevole giocata a Orzinuovi, tra Brescia e Voivodina interrotta definitivamente dall’arbitro al 52° per un’invasione di campo da parte dei tifosi serbi, che volevano picchiare 5 tifosi bresciani che mostravano la bandiera albanese. Tra l’idiozia della provocazione e la stupidità dei violenti che cercavano il contatto, c’è un abisso culturale che mostra quanto il mondo sia profondamente arretrato, rivestito di tecnologia e un progresso che ha apparentemente migliorato la condizione umana e invece mostra quanto odio, ignoranza medioevale e immaturità sia drammaticamente presente.
È facile pensare che ne riparleremo presto.




