Per quanto difficile, concentrati come siamo verso questo eterno presente in cui il Covid ha condizionato il calcio impoverendolo, messo in enorme difficoltà le proprietà, con particolare riferimento al gruppo Suning, nonostante siamo attenti e speranzosi per l’esito di un campionato in cui l’Inter ha un cospicuo margine di vantaggio nei confronti delle rivali, con il Milan che oggi torna ad essere la rivale più accreditata e la Juventus che dopo la sconfitta col Benevento sta iniziando a ripensarsi nelle sue fondamenta, c’è da ragionare sul futuro dell’Inter, soprattutto ora.

Per futuro non si intende la prossima campagna acquisti ma il metodo delle scelte, gli equilibri attuali che stanno portando l’Inter ad essere, come si sperava, la squadra più forte. Nella sua storia tuttavia gli alti e bassi sono stati una costante, tra vittorie straordinarie un anno e lo strapiombo gli anni successivi, di nuovo un trionfo e poi un quarto posto, tranne in due epoche che negli anni ’60 avevano visto la nascita della grande Inter di Herrera e nei primi anni 2000 con i successi in serie di Mancini e Mourinho.

Possiamo giustificare i drammatici ultimi dieci anni con i ripetuti cambi di proprietà ma nella storia l’Inter, con diverse dirigenze, non ha mai avuto continuità. A rileggere la storia, oltre al fattore calciopoli, le società che si sono avvicendate hanno commesso errori imperdonabili e non solo di calciomercato ma di gestione.
Viene più facile parlare degli errori da non commettere quando la stagione è fallimentare, Quando si vince e tutto l’ambiente è accecato dalle vittorie, quasi nessuno vede quali altri margini ci siano per crescere e quali limiti potrebbero essere nocivi l’anno successivo.

Se partiamo dalla squadra, al netto della difficoltà economica, è importante mantenere lo stesso undici titolare e rinforzare con un criterio diverso la panchina. Kolarov, Vidal, Ashley Young, Vecino e Gagliardini rappresentano un valore di esperienza ma non hanno la freschezza che verrebbe invece garantita da qualche giovane da lanciare, fosse anche di passaggio. Nella sua storia alcuni di questi, nonostante non fossero tutti dei fenomeni, hanno dato un contributo prezioso. Penso al primo Balotelli che con l’Inter di Mou ha realizzato gol importanti e fatto prestazioni che comunque sovvertivano l’andamento di un match, a Pandev (che se fosse stato trattenuto insieme a Palacio questi anni avrebbe fatto tanto comodo), persino Karamoh, che con la sua energia entrava e combinava qualcosa di interessante. L’Inter ha bisogno di preservare con cura l’esperienza dei D’Ambrosio ma anche di coltivare la freschezza di qualche talento, in ogni reparto.

Conte sta dimostrando che l’allenatore può fare la differenza, ma l’Inter non può storicamente dipendere dall’allenatore di turno e bruciarli con rapidità.
Se e quando Conte andrà via, l’Inter non dovrà fare l’errore di “scommettere” perché questa società e il suo ambiente non valorizzano gli azzardi ma ragionamenti ponderati sul pilota di una macchina complicatissima.
Il tecnico dell’Inter deve gestire molto bene la comunicazione con giocatori che non sono più (purtroppo) solo atleti ma rockstar e sono molto più complessi da gestire nelle dinamiche. SEGUE