Klopp, Sarri e i giudizi inariditi. Di Lapo De Carlo

Il calcio da diverso tempo è ostaggio di un fitto reticolato di luoghi comuni, i giudizi espressi non escono dalla logica della banalità, del metodo superficiale, della statistica e, in ultimo, della logica manichea.
Il calcio è uno sport popolare e viene assalito da milioni di giudizi, i quali oggi hanno anche un terreno d’appoggio come i social, che ramificano e devastano qualsivoglia ragionamento più complesso.
Uno dei fondamenti più risibili è legato all’etichetta di perdente, affibbiata ad alcuni protagonisti del calcio e rimbalzata senza argine, al punto da rendere una frase fatta un assunto.
Ancelotti venne giubilato dai tifosi juventini ed etichettato come un perdente, perché nei due anni e mezzo alla guida della squadra non era stato in grado di vincere niente. Parliamo di una tifoseria che, allo stesso tempo, ricordava la partita di Perugia come pietra di uno scandalo che aveva condizionato l’assegnazione dello scudetto. La storia di Ancelotti e la sua fama cambiò tre anni più tardi, grazie al successo in Champions contro la stessa Juve ai rigori. Da quel momento la storia e i successi lo decretarono come un allenatore straordinario e capace di governare qualunque club.
Più recentemente due personaggi, opposti per atteggiamento e modalità, sono stati definiti come bravi ma incapaci di vincere. Jurgen Klopp e Maurizio Sarri stavano facendo i conti con quell’etichetta che con il tempo stava diventando credibile. L’allenatore tedesco, dotato di grande fascino e la capacità di rendere esplosive le sue squadre, aveva però perso ben tre finali tra Europa League (Siviglia) e Champions contro Bayern e Real Madrid. Ricordare che aveva però vinto col Borussia Dortmund due titoli, più una Coppa di Germania e una Supercoppa, era quasi inutile. Alla guida del Liverpool l’accusa preferita era di aver avuto una squadra importante, capace di arrivare ad un passo dalla vittoria, come quest’anno in Premier e l’anno prima in finale di Champions, senza riuscire ad afferrare un trofeo.
Dall’altra parte Sarri, considerato come un tecnico di incredibile valore per le idee e il gioco entusiasmante, i “risultatisti” lo bollavano impietosamente come un perdente per non essere stato capace di vincere in Italia e in Europa col Napoli. Un giudizio grottesco, se pensiamo al coefficiente di difficoltà e al fatto che si tratta di un tecnico scoperto tardi, arrivato ad allenare un grande club solo nel 2015, a 55 anni e che nel 2011 allenava il Sorrento. La fama di Sarri è stata generata soprattutto dall’assenza di etichetta, con quei modi ruvidi, la tuta in campo come negli anni 70/80 e l’inattitudine al compromesso.
Klopp e Sarri hanno smentito i detrattori con fatti e, se anche non avessero portato a casa successi così importanti, la critica verso di loro sarebbe stata condizionata più dal pregiudizio che da affermazioni ponderate.
Klopp ha vinto la coppa più importante e Sarri ha riportato il Chelsea in Champions League, grazie al terzo posto in Premier e alla vittoria in Europa League.
I risultatisti non si arrendono, perché fondano la cultura del risultato solo sulla certezza del dato acquisito. Se arrivi primo hai ragione, diversamente sei solo uno sconfitto e non meriti alibi. Il prossimo candidato potrebbe essere Pochettino, che risponde a questo requisito, insieme al Tottenham, che pure ha fatto una stagione entusiasmante, senza campagna acquisti e perdendo Harry Kane complessivamente per quasi quattro mesi.
Il calcio, lo sport, per fortuna, è molto altro e basa le sue verità su più angolazioni. L’inaridimento di una materia tanto divertente come questa non deve restare in pugno ai semplificatori.




