Vietato giocare. Di Lapo De Carlo

Il finale di Campionato ha iniziato a creare qualche malumore sul versante dell’impegno da parte di squadre ormai senza più nulla da chiedere o raggiungere.
Le ultime, in ordine di apparizione, sono state Juventus e Sampdoria, battute da Roma ed Empoli (alla sua prima vittoria in trasferta della stagione) e accusate di non essersi impegnate abbastanza.
Naturalmente la lettura della questione è subito andata nella direzione meno interessante e più popolare, quella dell’approccio volontariamente sottotraccia per favorire o sfavorire qualcuno. La Samp, hanno accusato molti tifosi del Genoa, si è fatta battere per inguaiare proprio i rivali cittadini nella lotta salvezza.
Sembra proprio che non si riesca ad uscire dalla logica della diffidenza e d’altronde i tifosi non hanno tutti i torti, con gli scandali capitati nella storia del nostro Paese, fin dagli anni 50.
Sono state raccontate vicende gravissime, con conseguenze importanti, retrocessioni, squalifiche di anni e radiazioni, abbiamo letto e raccontato circostanze sgradevoli anche in altri Paesi e in partite di coppa.
Poi se il tifoso sospetta qualcosa si sente rinfacciare di essere antisportivo, di non saper perdere ed essere malizioso, con quell’ipocrita pretesa che presuppone si scorpori automaticamente ogni sospetto, solo perché non è bello.
In genere questo meccanismo perverso ha una frase ad effetto, un luogo comune che funzione sempre: “se non credi nel calcio e pensi ci siano cose sporche è inutile che lo segui”.
Ebbene, si può seguire e restare appassionati a qualunque materia, dalla politica al calcio, anche se si suppone e si è avuta conferma che ci sono state vicende torbide. Si lotta però perché cambi la mentalità.
Il mancato impegno di squadre che non hanno più nulla da dire, infastidisce ma non ha niente a che vedere con questi aspetti.
La questione riguarda il modo tutto italiano di vivere e concepire il calcio, specie in un periodo storico dove i rapporti di forza sono polarizzati e non si lotta più per lo scudetto.
Nel nostro Campionato ci sono poche partite belle. Alzi la mano chi ricorda dieci partite bellissime, anche meno, di questa stagione.
In Italia, come in Europa, da anni le nostre squadre sembra che abbiano meno birra in corpo, meno garra, meno continuità, in Serie A fanno calcoli e distribuiscono le loro forze centellinandole in partite spesso contenute. Ci sono pareggi già scritti, partite dove non farsi male è più importante di quanto non sia giocarsela. Si può pensare che si tratti di debolezza effettiva delle squadre ma poi vedi l’improvvisa impennata nel rendimento da parte di Empoli o Bologna e ti rendi conto che, oltre agli accorgimenti tattici, il problema sta tutto nella testa, nell’approccio, nella voglia di giocare e divertirsi che da noi sembra una brutta parola. Ogni tanto abbiamo letto le interviste di giocatori e allenatori che hanno cambiato Paese. Questi spesso raccontano il diverso e più sano avvicinamento alle partite, concepito con una percentuale di stress nettamente inferiore.
C’è poi la questione tattica, in cui l’Italia si sente leader nel settore, a costo di vedere squadre affrontarsi anche nella 12esima giornata, non per forza negli ultimi turni, esaltando il presidio nelle proprie metacampo, al punto da non lasciare spazi di alcun genere ma nemmeno proporre giocate interessanti o la volontà vera di vincere, quanto piuttosto di non perdere. Lo spettacolo diventa accessorio ma non è così dappertutto e cambiare è possibile. Se solo si iniziasse ad abbandonare la cultura del risultato, come unico dio, non solo nei settori giovanili ma soprattutto in Serie A, dove giocare a calcio sfrontatamente è una prerogativa di poche squadre.
(Credits: Getty Images)




