
Le prime partite nei campetti con gli amici, le difficoltà per iniziare a giocare a calcio sul serio, i traguardi da raggiungere per il movimento e il rapporto con la città di Roma: abbiamo parlato con Betty Bavagnoli…
Chi era Betty da bambina?
“Era una bambina vivace ma anche molto timida, con un senso del dovere spiccato grazie ai miei genitori che tenevano molto all’educazione, al rispetto e all’aiuto degli altri. Sin da piccola avevo tanta voglia di giocare, di correre dietro a un pallone su un prato, come tutti i bambini, in particolare quelli maschi. Però avevo un grande rispetto anche per gli orari, come quelli del rientro dopo aver giocato con gli amici”.
Come si è avvicinata al calcio?
“Come tanti bambini ho iniziato a giocare al campetto sotto casa. Ovviamente erano tutti maschietti e per diverso tempo, almeno fino agli 11 anni non avevo facilmente il permesso di andare da parte dei miei genitori, quindi quando ci riuscivo andavo di nascosto”.
Come la accoglievano al campo gli altri bambini?
“Ricordo con grande affetto e grande gioia i tempi di quando ero bambina e giocavo a calcio. I miei amichetti maschi erano tutti molto carini con me. Probabilmente perché avevo delle doti e tutti mi volevano nella loro squadra, non ho mai avuto né problemi né discriminazioni da parte loro. Si può pensare che all’epoca ci fosse più chiusura, ma io in campo non l’ho mai vissuta. E sottolineo in campo…”.
E fuori dal campo?
“Fuori dal campo invece ho trovato molta più resistenza. Altri genitori, persone adulte che si fermavano a guardare, episodi in cui venivo additata come un maschiaccio. Anche solo il dire: ‘Gioco a calcio’ otteneva reazioni di stupore come se fosse qualcosa di impensabile. Oggi, a distanza di anni, ci sorrido perché posso dire che sono cambiati i tempi, ma penso che tutto quello che abbiamo raggiunto oggi è arrivato grazie anche a chi della mia generazione, di quella precedente e di quella successiva ha fatto da apripista contro i tabù, la discriminazione da parte degli adulti e di tutte le persone che ci circondavano”.




