ESCLUSIVA, Gaetano De Rosa: “Fascetti valore aggiunto, Ingesson grande cuore. Impossibile fermare Ronaldo! Gasperini? Gestione Gomez da brividi”
Gaetano De Rosa in esclusiva: “Ho giocato in un’era di fenomeni. Milan da ammirare per la programmazione”
Intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni, l’ex difensore Gaetano De Rosa ha ricordato le esperienze a Napoli, Palermo, Bari, Reggio Calabria e Genova, analizzando al contempo i temi più attuali e i problemi che affliggono il movimento calcistico italiano Un passato da ricordare, un presente da vivere e un futuro da plasmare. Un futuro, inutile nascondersi dietro un dito o far uso delle solite ciance rassicuranti, che oggi come non mai ci fa tremendamente paura e che si nutre voracemente dei nostri incubi peggiori. La sensazione predominante è quella di vivere in una scatola chiusa, in cui le leggi fisiche scandiscono lo spazio e il tempo in modo differente e dove la vita continua a scorrere inesorabile, ma quasi a rallentatore, senza darci la possibilità di goderne appieno. Il calcio è da sempre specchio fedele del mondo reale, delle sue mille sfaccettature e della sua multiforme essenza. E, proprio come la realtà, il mondo del pallone vive un periodo di decadimento morale, sociale, economico e organizzativo che, forse, incontra pochi precedenti di questa portata nel passato. E, per analizzare il calcio dei grandi, occorre proporre un’attenta disamina del calcio giovanile, partendo dalla consapevolezza che formare, influenzare ed indirizzare i calciatori del futuro non è un esercizio di improvvisazione o un semplice passatempo con cui riempire le proprie giornate. Servono idee chiare, studio e dedizione, occorre saper trasmettere i fondamenti della cultura sportiva e riportare il calcio, soprattutto quello giovanile, alla sua dimensione sociale e ludica. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro con l’ex Bari, Reggina e Genoa Gaetano De Rosa, che ha ripercorso ai nostri microfoni le tappe principali della propria carriera e parlato del suo attuale ruolo da direttore tecnico dell’ASD Real Casarea.
Tedesco di nascita, napoletano di origine ed adozione. Cosa hai provato ad esordire in Serie A con la tua maglia, la maglia azzurra?
“Il sogno di un bambino che ha avuto la fortuna di fare ciò che gli piaceva fin da piccolo, che si è appassionato al calcio grazie al Napoli di Maradona e che è riuscito ad indossare una maglia che era tutto tranne che una maglia. Il sogno di un piccolo uomo che stava cercando di crescere, di garantirsi un futuro e di costruirsi una prospettiva. Un momento di grande importanza, perché ho iniziato a toccare con mano quello che è sempre stato il mio desiderio”.
Con il Napoli solo tre gettoni nella stagione 1992/93. La napoletanità, secondo te, può essere considerata un ostacolo in più all’affermazione in maglia azzurra? Quel tipo di pressione, dettata dal senso di appartenenza, è difficile da gestire per un calciatore?
“Con il Napoli tre presenze, anche se nel ’91 sono andato una volta in panchina quando c’era ancora Maradona, in occasione di un Sampdoria-Napoli. La cosa più curiosa di quella trasferta e di quel weekend è stata che penso di aver detto mezza parola dopo quarantotto ore. Quarantotto ore di silenzio, sembrava di stare tra le nuvole, perché trovarsi accanto i miti di quegli anni ha rappresentato un mix pazzesco di emozioni. Per quanto riguarda il resto, penso che per essere profeta in patria occorrano il doppio degli sforzi. Il rigore sbagliato da Insigne in Supercoppa? Fa parte del gioco, l’errore è intrinseco nella natura umana e nel calcio. L’accanimento e la stupidità nel sottolineare un errore per il quale credo che lo stesso Insigne non dorma la notte andrebbero invece evitati. Il calcio è la più grande terapia di gruppo a livello mondiale, perché ci permette di parlare e di distogliere ogni tanto l’attenzione su problematiche molto più serie. Stiamo vivendo un anno balordo che ha messo a nudo tutte le mancanze di una società in cui funziona poco o nulla e lo sport deve costituire, dunque, uno sfogo sociale importante per vivere meglio le nostre giornate“.
Poi la breve avventura con il Palermo, come valuti la tua esperienza in rosanero?
“Palermo è stata la mia prima vera esperienza nel professionismo. I primi sei mesi sono stati positivi ed entusiasmanti, il girone di ritorno invece non è stato all’altezza di quello d’andata. Da lì sono sorte delle difficoltà personali. L’errore che spesso commettiamo è principalmente uno: non deve diventare una colpa essere professionisti super pagati, questo aspetto non cancella quella che è la natura umana. Puoi incontrare anche delle difficoltà, basti pensare alla situazione che ha vissuto Ilicic. Non si può negare che quella dei calciatori sia una categoria privilegiata, ma ripeto bisogna sempre tener conto della natura umana. Quella al Palermo è stata comunque un’esperienza notevole sfociata nella salvezza, però nel girone di ritorno ho dovuto fare i conti con me stesso e con le pressioni che può portare questo tipo di lavoro. Un momento di depressione o, comunque, di sconforto durato all’incirca due anni. La stagione successiva sono tornato al Napoli, l’occasione della mia vita, ma sono andato quasi sempre in tribuna proprio per questa situazione. Ho deciso quindi di andare via per ritrovarmi e, dopo l’esperienza alla Pistoiese, ho cominciato a superare le mie difficoltà al Savoia. E il secondo anno, cambiando posizione in campo e riscoprendo me stesso, ho iniziato a risalire la china”.
Quella Serie B vantava l’Ascoli di Bierhoff, la Fiorentina di Batistuta, il miracolo Fidelis Andria, piazze storiche come Bari, Brescia, Vicenza e Venezia. Un’epoca in cui la differenza tra Serie A e Serie B e tra grandi e piccole era molto meno marcata. Manca questo oggi al calcio italiano?
“Forse sì, ma non dimentichiamoci che, nel 2008, quando ero al Genoa, la Serie B era composta da Juventus, Napoli, appunto Genoa e tante altre squadre importanti. Negli ultimi anni, invece, si è creata una maggiore distanza. La Serie A era comunque un mondo a parte all’epoca, ma c’era sempre meno distanza di ora tra le due categorie”.
L’esplosione e la maturazione definitiva a Bari. Quanto ha influito nella tua crescita umana e professionale un guru come Eugenio Fascetti?
“Eugenio Fascetti è stato un valore aggiunto per determinati aspetti. Il mister mi ha trattato con grande rispetto come persona e come professionista, cosa che magari non tutti riescono a fare. Un uomo attento, sensibile e, soprattutto, empatico, perché riusciva sempre a capire di cosa aveva bisogno il singolo soggetto per tirar fuori il meglio da ciascuno. Gli sono molto grato perché mi ha dato davvero tanto”.
Tra le vittime preferite di quel Bari c’è sicuramente l’Inter di Ronaldo. Il successo per 1-0 firmato da Masinga ha rappresentato una svolta importante nella stagione 1997/98? Quanto era difficile arginare il Fenomeno?
“Fermare il Fenomeno? Impossibile. Dovevi maturare la consapevolezza che da solo potevi fare davvero poco, giocando da squadra avevi qualche chance. Grazie a questo aspetto il Bari, in quegli anni, è riuscito a togliersi tante soddisfazioni. Una squadra che dava filo da torcere a tutti e vendeva cara la pelle su ogni campo in virtù della forza del collettivo e grazie alla convinzione che non potevi giocartela in modo diverso contro il Milan di Weah, Boban e Maldini, la Juventus di Zidane, Thuram e Cannavaro o, appunto, l’Inter di Ronaldo. Parliamo di un’era di fenomeni. E noi sapevamo che soltanto il sacrificio e l’attenzione potevano portarci a dei risultati importanti”.
Vuoi condividere un tuo ricordo di Masinga, Ingesson e Franco Mancini, colonne portanti di quel Bari scomparse troppo presto?
“Tre grandi uomini, tre persone che avevano una semplicità, un’umiltà e un’attitudine al sacrificio formidabili. Ancora oggi faccio fatica a pensare a quanto accaduto. In particolare, sono stato compagno di stanza di Ingesson: mi sono ritrovato questo gigante in camera appena sono arrivato a Bari. Dicono che i nordici siano freddi, lui era una persona di grande cuore e con una integrità morale invidiabile. Sono quelle presenze che ti porti nel cuore per sempre e che influenzano positivamente la tua esistenza”.
Ritornando al campo, si può dire che una delle armi segrete di quel Bari fosse l’affiatamento difensivo del trio De Rosa-Neqrouz-Garzya?
“Sicuramente la solidità difensiva è stata un punto di forza di quel Bari, ma non avremmo mai fatto così bene senza l’aiuto di tutta la squadra. La forza di una difesa non sta mai nel singolo, ma nel gruppo ed è direttamente proporzionale al sacrificio di centrocampisti ed attaccanti. Quel Bari aveva imparato a leggere alla perfezione i momenti della partita e a trovare i giusti rimedi per ogni situazione”.
Quanto è stato difficile, per te, dovertene andare da Bari nel momento peggiore della società, che dal ’96 al 2001 aveva stupito in Serie A forse con l’ultimo grande ciclo del club pugliese?
“Non è stata una scelta, è stata una forzatura dettata da un altro tipo di situazioni. Il mio sogno era quello di rimanere il più a lungo possibile e di continuare a segnare pagine importanti del club. Dopo sette anni mi sono rassegnato con oggettività ad alcune problematiche che insorgono quando i risultati non arrivano e, a malincuore, sono dovuto andar via senza nemmeno riuscire a salutare e ringraziare a dovere coloro che hanno sempre dimostrato stima nei miei confronti. Penso di non aver nemmeno vissuto un finale degno per una persona che ha rinunciato a tutto (grandi club, ambizioni di carriera…) pur di rimanere a Bari. Ma dopo tanti anni ricevo dai tifosi ancora attestati di stima ed è quello che più mi importa. Essere riconosciuto come persona è la cosa più importante”.
Un ruolo di primissimo piano anche con Reggina e Genoa. In rossoblu hai avuto come allenatore Gasperini. Quando è arrivato all’Atalanta, immaginavi che avrebbe portato i bergamaschi così in alto?
“Innanzitutto mi ricordo con immenso piacere l’esperienza a Reggio Calabria. Con Mazzarri sono stati due anni straordinari, durante i quali siamo riusciti a ritagliarci grandi soddisfazioni. Dopo il biennio a Reggio Calabria, il terzo anno la Reggina partiva con un handicap importante e ho deciso di fare un cambiamento perché non volevo più giocare per salvarmi, ma per vincere. Ho sempre sostenuto che andare in campo con la paura di perdere e retrocedere sia logorante. Così ho scelto Genoa, una realtà che mi ha sempre allettato. Una grande soddisfazione perché, in una Serie B con Juventus e Napoli tra le altre, siamo riusciti a salire di categoria dopo dieci anni di assenza dal massimo campionato. Quel Genoa-Napoli all’ultima giornata neanche nei migliori romanzi. Gasperini? No, non mi aspettavo questo successo. Quando l’ho conosciuto, in campo era molto bravo, ma aveva qualche lacuna fuori dal rettangolo verde. Del resto credo che la gestione Gomez sia stata da brividi e rispecchia in toto il cinismo della nostra società. Una persona che ha fatto la storia dell’Atalanta andava trattata diversamente. Perché dover arrivare ad attaccare, senza alcuna riconoscenza e rispetto, un calciatore che ha dato tutto in campo? Aldilà di Gasperini, è un segno distintivo del mondo in cui viviamo. Non riesco a capacitarmene da uomo e da appassionato di calcio”.
“A quei tempi in pratica era difficile affrontarli tutti, ma faccio il nome di Ronaldo. Era impossibile anche stargli accanto, aveva bisogno di un campionato a parte. Non si può neanche spiegare a parole quello di cui era capace”.
Dovessi puntare un gettone, nella corsa Scudetto lo punteresti sull’Inter, su una sorpresa (Milan e Napoli) o sulla riconferma della Juventus?
“Difficile da dire in un campionato così equilibrato. Il Milan sicuramente è stato la squadra più costante, da ammirare soprattutto dal punto di vista della programmazione. Il messaggio che il club rossonero sta dando con la conferma di Pioli e il lavoro svolto da una bandiera come Maldini è davvero importante nei confronti di un sistema che non può continuare a basarsi solo e soltanto sul risultato. Siamo abituati ad una precarietà che non condivido e che non mi piace. Mi piace, invece, pensare al Milan come testimone di un cambiamento, di una nuova era dove le cose devono essere fatte in un certo modo. Vorrei un calcio più attento ad attività come pianificazione, osservazione, programmazione e delle riforme che mettano tutti nelle condizioni di far bene. Una distribuzione equa delle risorse e una maggiore pazienza, quella che manca ad esempio anche nei settori giovanili. Un giocatore non nasce dalla sera alla mattina, ci vuole tempo per poterlo formare. Ci vuole maggiore cura del sistema per poter pensare ad un futuro migliore, anche se mentre parlo mi rendo conto che si tratta di una visione idilliaca“.
Oggi sei direttore tecnico del Real Casarea. In una lettera ai ragazzi della scuola calcio hai scritto: “Vi auguro di poter imparare il valore del non ancora. Due parole che racchiudono un concetto potente ‘Puoi farcela, ma prima devi crescere, impegnarti, sacrificarti e lavorarci’. Oggi ai giovani manca un po’ di attitudine al sacrificio?
“Sì, ma non sempre per responsabilità proprie. Bisogna saper aspettare i nostri ragazzi e insegnargli che ai risultati ci si arriva gradualmente e attraverso il sacrificio. Non ci si può svegliare una mattina ed essere già arrivati alla fine di questo percorso. Ci troviamo in un’era in cui le problematiche sono tante. Bisognerebbe, ad esempio, educare e accompagnare determinati genitori, che magari vengono da te e ti chiedono delucidazioni e spiegazioni tecnico-tattiche sulla posizione del figlio quando, invece, tu cerchi di fargli capire che non si può parlare di ruolo quando si tratta di bambini. Ma, al contrario, devi dargli gli strumenti per permettergli di trovare, in futuro, la giusta collocazione. E poi magari non ci si preoccupa del fatto che il figlio si è presentato in ritardo, che è andato a dormire alle tre di notte o ancora che è venuto al campo senza aver fatto colazione. La nostra società vive un momento tutt’altro che positivo: le famiglie sono in difficoltà, le risorse sono poche, le prospettive non ci sono e questo sicuramente influisce su tutto il resto. In una situazione del genere lo sport deve ricoprire un ruolo sociale, quello di insegnare e trasmettere valori importanti. Bisogna ripartire da sport e scuola. La responsabilità è degli adulti, nessuno escluso: proprietà, istruttori, pseudo allenatori, genitori e tutte le altre figure. Non esiste il professionismo o il dilettantismo, esiste fare le cose in un certo modo, ovvero con responsabilità e coscienza e non in base agli interessi personali. E tu continui a lottare, nonostante là fuori non cambi niente, per riconoscenza nei confronti di un mondo che ti ha dato tutto e, soprattutto, perché hai davanti dei bambini, degli innocenti”.
Come ha affrontato questa pandemia il Real Casarea?
“Abbiamo un po’ variato l’allenamento. Facciamo sessioni dove non c’è contatto e viene rispettata la distanza per non minare la sicurezza dei ragazzi che, comunque, hanno bisogna di stare un po’ fuori casa, muoversi e vedere i loro coetanei. Perché è chiaro che quest’anno ha portato effetti collaterali sotto tutti i punti di vista”.





