INTERVISTA A FRANCESCO TOLDO SU RADIO NERAZZURRA

INTERVISTA A FRANCESCO TOLDO SU RADIO NERAZZURRA
É con noi Francesco Toldo! Bentrovato Francesco!
Ciao Ragazzi!
Mi puoi dire se trovi qualche somiglianza tra lo stile di Mourinho del Triplete e il Conte di adesso.
Cosa ricordo del Triplete? Mi ricordo tutto. Bisogna però entrare negli argomenti e nei ricordi affinché si accendano le luci spettacolari di quell’anno. Ne sono passati dieci e fa un po’ specie. Come ho iniziato da bambino a fare il calciatore in maniera felice, ho concluso la mia carriera il giorno stesso nel quale abbiamo conquistato il Triplete comunicando a Moratti che avrei smesso con altrettanta felicità. Un’annata splendida, spero non irripetibile in modo da poter essere ancora così felici da tifosi. Dopo tanti anni di patimento è stata un’ubriacatura che ha fatto felici tutti. É stato un gruppo eccezionale. Una delle caratteristiche principali di Mourinho è sempre stata la chiarezza. Ci si diceva in faccia quello che si pensava indipendentemente dall’atteggiamento che poteva essere sia duro che morbido. Avevamo capito che si lavorava per la società, non per i singoli. Qualsiasi osservazione veniva presa bene, nessuno se la prendeva, l’importante era la chiarezza. Mourinho diceva in faccia le cose, anche ai giocatori più rappresentativi. Cercava di proteggere chi era più esposto in società ma andava giù duro, quando bisognava farlo, anche con i più rappresentativi. É una persona che ti entra dentro e molto intelligente. Non a caso ha le sue lauree. Sa come prendere i giocatori e anche i giornalisti. Ogni conferenza stampa era un cinema.
Parliamo adesso del rapporto che aveva con alcuni compagni, nello specifico Balotelli, fresco di firma col Monza.
Balotelli è un bravissimo ragazzo, gli vogliamo tutti bene. Lo trattavamo come un ragazzo da crescere. Lui però tante cose però non riusciva a capirle in quel momento perché era giovanissimo. Le ha capite dopo, ci scriviamo ancora: ridiamo e scherziamo per quello che è stato. Se la prendeva per alcune osservazioni, ma non capiva che tutti noi vedevamo un potenziale e cercavamo di tirarglielo fuori, da compagni veri. Però Mario è un buonissimo ragazzo, veramente. Solo che i suoi atteggiamenti lo espongono al giudizio delle persone. Ma se vai al di là delle apparenze, ha tutto: fisico e talento.Gli manca un po’ di continuità. Ormai è diventato uomo e la sua strada l’ha segnata.
Mentre Samuel Eto’ò che tipo di compagno è stato?
Eto’o è una persona molto allegra, molto tranquilla. Uno di quelli che regge maggiormente la pressione delle partite. Non a caso fa anche possesso in difesa se serve. In campo ti invitava alla calma, a dargli la palla. In quel caso ti servono quelle persone. Fuori dal campo è tranquillissimo. Una persona a posto. Forse per l’ambiente in cui è cresciuto. Tante volte ci ‘sbattiamo’ per delle cavolate quando i problemi sono altri. Lui aveva vissuto i problemi della sussistenza e questi che sono giochi o problemi secondari li considerava tali. Una persona veramente deliziosa. In quel periodo si è creata un’amicizia che poi si è mantenuta negli anni. Ci si fa gli auguri di compleanno o quando qualcuno ha un problema ci si unisce ancora.
Un nostro ascoltatore ci chiede del perchè hai smesso così presto?
Avevo 38 anni quando ho smesso. Ma l’ho fatto perché volevo voltare pagina e andare avanti. Non volevo vivacchiare. Già è stato tanto stare buono e tranquillo in panchina per il bene del gruppo. Ci stavo già pensando durante l’annata. A 33 mi sono tirato via dalla Nazionale perché non volevo più andare in ritiro. Quando comincia a pesarti quello che considero un gioco devi tirarti indietro. Son convinto che lasciar spazio ai giovani quando meritano sia giusto. Bisogna sapersi accontentare nella vita.
Cosa hai provato quando sei tornato al Meazza dopo aver vinto il Triplete?
Il ritorno al Meazza è stato un’apoteosi. Non ci sono termini per descrivere. Ti tuffi dentro alla festa e con qualsiasi persona ti passi vicino è un abbraccio. É uno sfogo perché la tensione accumulata in quell’anno è stata tosta. Potevamo andare o dentro o fuori in ogni occasione. Avevamo la Roma sempre attaccata in campionato, sempre ad un punto, e in Champions o Coppa Italia basta mollare un attimo e sei fuori. Quindi rischiavi di vincere o tutto, o uno o niente, per cui fino alla fine eravamo tutti concentrati e nessuno azzardava ad uscire dalla linea guida della società.
Quale è stata la partita migliore della tua carriera, oltre a quella contro l’Olanda degli Europei del 2000?
La semifinale è stata la partita che tutti gli sportivi si ricordano. L’ho disegnata nella mia testa la sera prima quando ho deciso che dovevo parare tutto e che dovevamo andare ai rigori. Quando siamo rientrati a casa la gente mi applaudiva, per me è stata una partita “normale” anche se ha avuto tutto quel clamore. Quando sei al vertice sei abituato a lavorare in quel modo. Sono gesti ripetitivi che fai in allenamento e poi ripeti in partita. Una partita che ricordo con più piacere, con l’Inter, è quella con il Valencia. Erano veramente battaglie. Eravamo in 10 e sotto assedio, anche in quella occasione ci sono state molte parate. Ricordo anche Arsenal-Inter, dove parai un rigore. Una caratteristica del portiere è di mettere da parte le grandi parate e vedere dove si può far meglio o dove si è sbagliato.
Francesco noi ti ringrazio per essere stato qui con noi! Ti auguriamo una buona giornata con l’augurio di risentirci e incontrarci presto in altre occasioni.
Grazie e una buona giornata anche a voi! Forza Inter!




