INTERVISTA A PAOLO CONDÒ SU RADIO NERAZZURRA

INTERVISTA A PAOLO CONDÒ SU RADIO NERAZZURRA
É con noi Paolo Condò, Buongiorno Paolo!
Eccomi qui! Buongiorno a tutti.Ringrazio per l’ospitalità
É un piacere averti qui con noi a Radio Nerazzurra. Benvenuto perché è la tua prima volta. Ti abbiamo invitato per parlare di questa tua nuova ultima opera “Porte Aperte” con editore Baldini+Castoldi. Uscito ieri, quindi recentissimo, giovedì 3 dicembre 2020 disponibile in tutti gli store on line e naturalmente anche nelle librerie. É un libro fotografico che racconta a 30 avventure negli stadi più belli del mondo. Volevo chiederti quando ti è venuta in mente quest’idea di creare proprio questo libro così particolare?
É venuta durante il lockdown. Io sono un frequentatore abbastanza assiduo di Twitter e, lì, a un certo punto, a marzo circa, mentre eravamo tutti chiusi in casa con una situazione abbastanza misteriosa per quanto riguardava le prospettive future e siccome io sono stato abituato a viaggiare, ho pensato di scrivere ogni giorno un thread su qualche cosa che attenda naturalmente alla mia vita, alla mia passione. E cosa meglio degli stadi per poter raccontare, anche perché dal punto di vista seriale, avendone visitati centinaia, avrei potuto andare avanti molto a lungo. E siccome l’iniziativa ha avuto un discreto seguito su Twitter, a quel punto, in tanti mi hanno detto perché non fai un libro di tutto questo. Mi sono deciso grazie anche a Baldini+Castoldi perché scrivere un libro soltanto di storia degli stadi secondo me era una cosa che era già stata fatta.
E quindi per fare una cosa diversa io, da una parte ho raccontato le mie avventure che alcune sono state anche divertenti e picaresche in questi stadi, e poi Baldini+Castoldi ha accettato la mia idea di fare un libro molto fotografico. Foto,disegni, cartine e suggestioni di tutte le visite a questi stadi. Stiamo parlando di 30 stadi di tutto il mondo: c’è il Sudamerica, c’è l’Asia, ovviamente l’Europa dell’Ovest e l’Europa dell’Est. Io credo che sia uscito fuori un oggetto molto piacevole per gli appassionati di calcio.
Hai fatto fatica a selezionare 30, perché, comunque, avendone visti veramente tanti avrai dovuto fare una selezione.
Sì, ho fatto una fatica terribile. Non sarebbe un problema fare una seconda edizione. Ho fatto una fatica terribile perché alla fine ho selezionato molti di quelli più famosi. Ci sono alcune chicche. Per esempio io sono andato a visitare la zona di esclusione di Chernobyl. Dentro c’è una cittadina che si chiama Pripyat che molti hanno imparato a conoscere con la serie tv dell’anno scorso che è andata in onda su Sky. Ecco lì, c’è uno stadio. Ma è uno stadio e, se tu guardi le foto satellitari, quelle per intenderci che vedi su Google Maps, fai molta fatica a capire che quello sia uno stadio. Perché, anche se si intravede l’anello delle gradinate, al centro del campo c’è un bosco perché ovviamente nel tempo con l’assenza dell’uomo, ha fatto sì che l’erba del prato sia cresciuta e diventata un boschetto. C’è la foto satellitare sul libro, però se non ci sei stato fai fatica.
Tu ci sei stato in quello stadio lì? Che sensazione ti ha dato?
Sì ci sono stato. É una sensazione naturalmente terribile ma anche estremamente affascinante come molti luoghi nei quali la natura, dopo l’abbandono dell’uomo, ha ripreso il sopravvento.
Lì, veramente, ha ripreso il sopravvento. Ci sono gli alberi che crescono nelle case. E la cosa che poi mi hanno raccontato e che ho riportato nel libro, è che ci sono ancora un paio di centinaia di vecchietti che sono tornati lì. Sono tornati a morire lì praticamente perchè era la loro casa.
Anche se in realtà gli effetti delle radiazioni sono previsti e durevoli per 600 anni. Però se tu ti muovi con il contatore Geiger. Io ovviamente sono andato con una guida munita di contatore, ci sono delle zone della città dove non puoi andare perché le radiazioni sono ancora fortissime, altre invece sono accessibili. Bisogna seguire dei percorsi.
Volevo chiederti Paolo, tra questi 30, se volessimo fare una classifica, qual è lo stadio più bello che hai incontrato nella tua carriera, quello che riesce a darti delle sensazioni uniche.
Allora, detto che mia moglie, tra virgolette, è San Siro. Prima sentivo che parlavi delle prime esperienze negli stadi. Io non dimenticherò mai la prima volta che avevo appena firmato per la Gazzetta dello Sport. Ero arrivato a Milano nella primavera del 1984 e ricordo che un mio collega mi disse «Siamo gli unici giovani della Gazzetta. Guarda che in segreteria ci sono le tessere per andare a vedere le partite a San Siro sia dell’Inter che del Milan. Andiamo domenica!» Io tutto felice. La partita era Inter-Pisa che vinse l’Inter 3 a 1. Non dimenticherò mai la sensazione di quando, superata l’ultima rampa di scale, vedì già la luce di San Siro. Io ero abituato a stare al vecchio stadio di Trieste, il vecchio Pino Zara che conteneva 15 mila persone. Ecco quindi arrivare lì, entrare dentro San Siro fu una sensazione «sono in paradiso». E da lì, San Siro è sempre stato lo stadio il mio cuore. Però ci sono le amanti ovviamente. E se devo citare un paio di amanti una è Anfield sicuramente, che per me è uno stadio che possiede una magia incomparabile. Un’altra amante è la Bombonera a Buenos Aires. Perché anche lì ho vissuto dei momenti stupendi. Poi ho avuto una relazione piuttosto stabile con il Camp Nou per via del Barcellona di Guardiola. Ma San Siro rimane semplicemente lo stadio della mia vita.
A proposito di San Siro, visto che abbiamo toccato l’argomento, in tremila stanno studiando un nuovo impianto. Tu da che parte stai? Sei per costruire uno stadio ex novo oppure puntare a un restyling di San Siro anche se prevederebbe degli investimenti economici più importanti pur di mantenere uno stadio così storico come San Siro?
Quest’ultima cosa che hai detto o meglio ancora io farei due stadi. Premesso: capisco benissimo le sinergie che porterebbero a rendere estremamente conveniente uno stadio solo che una settimana viene utilizzato da una squadra e una settimana dall’altra.Capisco tutto. Però la mia esperienza internazionale, che è molto approfondita, mi dice che in tutto il mondo ogni grande club ha il suo stadio, ovviamente anche all’interno della stessa città. E quindi se una delle due squadre si tenesse San Siro e lo ammodernasse e l’altra costruisse uno stadio nuovo, secondo me, per la città di Milano, sarebbe una soluzione alla sua altezza.
Nella presentazione del libro leggevo anche un riferimento allo stadio Hernando Siles di La Paz, a 3.600 metri d’altezza sul livello del mare, in Bolivia. Cos’è uno stadio a quella altezza lì? É anche un modo di vivere l’evento sportivo differente sia per chi sta in campo,i giocatori che lo vivono fisicamente, ma anche,immagino, per chi segue e guarda dalle tribune una partita a quella altitudine.
Detto che ci sono stato nel 1993 e quindi la mia forma fisica era nettamente migliore di quella attuale. Ti giuro che dopo 200 metri di passeggiata sul viale principale della città mi son dovuto sedere sulla panchina perché le gambe frizzano.Quella dell’assenza di ossigeno è una sensazione alla quale evidentemente i boliviani sono abituati. Ma per noi che non siamo abituati è pesante e dura. Non so se ci tornerei ora che sono più pesante, e meno in forma. All’epoca ricordo che la partita che avevo visto era un Bolivia-Uruguay. E quello era il grande Uruguay: c’era Francescoli, c’era Rivera, Ruben Sosa. Una grande squadra eppure persero nell’ultimo quarto d’ora. Al trentesimo del secondo tempo stavano 0-0 e poi finì 3 a 1 perché nel finale i giocatori cadevano fisicamente. Qualche settimana prima, sempre nel ‘93, il Brasile aveva perso 2 a 0 con gol all’85 esimo e al novantesimo.
Paolo usciamo un attimo dal discorso libro. Volevo farti un paio di domande anche sull’attualità e sul pallone d’oro che quest’anno manca. Se dovesse continuare su questi livelli, voteresti per Romero Lukaku l’anno prossimo.
Dal punto di vista individuale del giocatore, assolutamente sì. Però il candidato al Pallone d’Oro ha bisogno di una squadra che lo porti, o che lui porti questa squadra, ai vertici più alti delle competizioni europee. E cioè un’Inter che mi arriva nelle prime quattro in Champions porta Lukaku e, allo stesso modo un Belgio che mi fa estremamente bene agli Europei,perché i grandi giocatori hanno sempre due squadre di riferimento il club e la Nazionale. Ecco sicuramente rendono Lukaku un candidato credibile.
Cioè tu hai bisogno che la squadra ti porti lì. É fondamentale che l’inter riesca a superare questo questo complicato e per fortuna, ora, non impossibile girone.
A proposito, dalla Spagna dicono assolutamente no al biscotto. Ma secondo te questo biscotto ci sarà oppure no, vista comunque anche la situazione di incertezza e che non è così scontato che con un pareggio tra Real e Borussia passino entrambe?
Io credo ai biscotti che si sviluppano eventualmente, tacitamente negli ultimi minuti. Se a un quarto d’ora dalla fine, la situazione dice se non ci facciamo male passiamo entrambi, allora è ok. Per questo, come ho detto l’altro giorno a Sky, ho descritto una situazione in cui sarebbe bene che l’Inter arrivasse alla fine della partita in vantaggio sullo Shakhtar ma con un risultato aperto. Cioè con un 1 a 0 perchè lascia lascia un po’ di imprevedibilità.Perché a quel punto se il Real fosse ancora a zero a zero, saprebbe che basterebbe un gol dello Shakhtar per uscire e quindi non può permettersi di smettere di giocare.
Un’ultimissima curiosità Paolo. Conte e il suo passo indietro tattico ovvero il ritorno al 3-5-2 a discapito di Eriksen. Secondo te, è giusta questa scelta visti i risultati oppure avrebbe dovuto magari persistere nell’idea di trequartista per valorizzare un giocatore che arrivato solamente a gennaio?
Io sono stato un grande sostenitore di Eriksen e ho anche espresso chiaramente il fatto che a me piaceva l’idea di un’Inter con la qualità del danese sulla trequarti. Però i giornalisti non devono essere ciechi, Non c’è dubbio che il rendimento di questa ultima è Inter con il centrocampo in linea con Barella davanti alla difesa e senza Eriksen dietro alle punte sia stato nettamente migliore. Poi ogni allenatore fa il calcio che ama e il calcio che ritiene più funzionale ed efficace e giustamente se ne frega di quelle che sono le altre opinioni. Quindi da questo punto di vista Conte ha fatto bene. Quello che deve fare l’Inter è vincere. Poi il modo in cui lo fa, può piacere di più, può piacere di meno ma l’importante è che l’Inter vinca.
Paolo, io ti ringrazio per essere stato con noi qui su Radio Nerazzurra.
“Porte Aperte” di Paolo Condò con Editore Baldini+Castoldi uscito ieri giovedì 3 dicembre 2020, quindi freschissima come stampa, disponibile in tutte le librerie e negli store online. É anche un ottimo regalo per Natale. Grazie ancora Paolo!
Grazie a voi!
Radio Nerazzurra




