Gigi Cagni contro Lele Adani: “Ho 50 anni di calcio, lui 15”. L’ex tecnico denuncia la crisi del sistema: “Oggi il CT ha molte meno scelte, il calcio italiano non produce più giocator

Il cambiamento più profondo è avvenuto negli ultimi quindici anni. Si è data troppa importanza all’aspetto economico, senza una reale programmazione e senza comprendere un principio fondamentale: senza giocatori non esiste il calcio.
Si è pensato che l’abbondanza di talenti delle precedenti generazioni – parlo dei Totti, dei Baggio, di Del Piero – fossero una normalità destinata a ripetersi. Invece non si è capito che il mondo stava cambiando. Noi siamo cresciuti negli oratori e per strada, senza vincoli e con pochi limiti, ma con regole e valori chiari che oggi non vengono più trasmessi.
Erano convinti che tutto sarebbe continuato in automatico, ma non è andata così. Noi eravamo liberi, arrivavamo nelle prime squadre a 14-15 anni già formati fisicamente e con esperienza, e lì trovavamo i maestri che ci insegnavano cosa voleva dire fare il professionista.
E questo in cosa si tramutava?
La cosa fondamentale è che, dovendo arrangiarci da soli, siamo diventati uomini prima ancora che calciatori. Con il talento ci si nasce, certo, ma una volta veniva sviluppato in modo naturale. Gli osservatori giravano per oratori e tornei, vedevano i giocatori e li portavano nei club professionistici. A me è successo così: a 14 anni mi ha preso il Brescia.
In quelle generazioni nascevano leader che aiutavano anche l’allenatore. Tutto cresceva in modo spontaneo. Poi è arrivato il boom economico: oratori spariti, meno spazi nelle città, più macchine, più paure dei genitori. Tutto questo ha comportato un cambiamento enorme.
Lo dico anche pensando alla partita dell’Italia con la Bosnia: non è stata una sconfitta tecnica, ma di personalità, di cattiveria. È cambiata molto anche la psicologia dei calciatori italiani negli ultimi vent’anni.
C’è anche una questione di attaccamento alla maglia?
No, aspetta, non parlerei di questo. La televisione ha cambiato il modo di interpretare il calcio. Per funzionare, la TV ha bisogno di appeal, e così si è dato spazio soprattutto alla tattica, perché è più facile da spiegare e mostrare.
La televisione è esplosa, ma chi l’ha fatta crescere non ha pensato all’impatto su chi guardava. Sono state pubblicizzate solo certe idee tattiche, come il tiki-taka, e questo ha influito molto sui settori giovanili. Non abbiamo costruito niente dietro, pensando che il sistema italiano fosse eterno.
Una volta il CT poteva scegliere tra 90-100 giocatori, oggi è molto più limitato nelle scelte. Fare il CT oggi è facile per le convocazioni, difficile per la gestione. La tattica non si impara così: con la Nazionale hai pochi allenamenti, non puoi costruire davvero.
La sua idea di gioco, quando allenava, potrebbe essere riproposta oggi nello stesso modo?
Assolutamente sì. Io giocavo con il 4-3-3, con due ali che erano praticamente punte, più il centravanti. Al Piacenza, alla Sampdoria e soprattutto all’Empoli avevo anche tre mezze punte: giocavamo con due ali che attaccavano, un centravanti e una seconda punta dietro.
Questa è storia, ho pubblicato recentemente sui social anche dei video del Piacenza del 1993: basta guardarli. Oggi tanti parlano di calcio senza avere vera consapevolezza.
Il suo Piacenza era una squadra “autarchica”, l’ultima rosa di Serie A composta da soli giocatori italiani. Oggi sarebbe possibile?
All’epoca era facile, perché c’erano tanti italiani. Oggi è molto più difficile pensare a una cosa simile. Lo ha detto anche Fabregas: gioca con soli stranieri perché non trova italiani con le caratteristiche che cerca.
Qual è la ricetta per rilanciare il calcio italiano?
Lo dico da anni: settori giovanili e allenatori preparati, pagati come professionisti. Bisogna lasciare lavorare chi sa insegnare. Ti racconto un episodio: ieri ho visto dei bambini di 7-8 anni giocare. Dietro alla rete del campo c’erano genitori che urlavano, tutti a fare i tecnici. Questo è il problema.
La televisione ha sicuramente fatto anche tanti danni, soprattutto per quanto riguarda il calcio. I telecronisti di una volta, penso ai vari Pizzul o Ciotti, parlavano di calcio in modo semplice mentre in campo scendevano dei fenomeni. Oggi si usa un linguaggio artificiale ed eccessivamente forbito.
Guardate il Mondiale dell’82: non solo per i campioni, ma per gli uomini. Bergomi scese in campo che aveva 17 anni: sembrava un veterano, aveva uno sguardo incredibile. Io non valuto solo la tecnica: prima viene l’uomo.
Anche i social hanno amplificato tutto questo.
Certo. Ma una volta c’era rispetto: nessuno dei giornalisti che ho citato si permetteva di attaccare un allenatore come si fa oggi. Si poteva criticare da un punto di vista tattico, ma avveniva sempre con misura.
Mi riferisco anche a delle recenti polemiche…
Non mi offendo facilmente e non avrei nemmeno voluto parlarne. Ho risposto ad Adani per fare in modo che si capisca quello che intendo io riguardo al calcio. Ho 50 anni di esperienza alle spalle, lui ne ha 15. Questo non vuol dire che lui non capisca di calcio, ma c’è una bella differenza di cultura calcistica.
Oggi però sembra che tutti inventino sempre qualcosa: in realtà nessuno ha mai inventato niente. Prendi Guardiola: quando Adani pontificava sul tiki-taka, sapeva di cosa parlava? All’epoca della prima stagione di Pep in panchina al Barcellona sono andato in Catalogna a studiarlo dal vivo. Quello che ho visto io non è quello che poi è stato raccontato in televisione.
Parlando di talento, che rapporto aveva con i suoi giocatori più tecnici?
A tutti i giocatori di grande talento che ho allenato rompevo tanto le scatole solo sulla preparazione fisica e mentale, sul diventare professionisti veri. Sull’alimentazione e sull’andare a dormire presto. Ma tatticamente li lasciavo liberi.
Penso ai vari Vannucchi, Flachi, Tavano. Quando avevamo il possesso della palla, i giocatori più tecnici dovevano essere liberi di esprimere il loro talento. Quando la perdevamo, dovevano aiutare la squadra, ma senza snaturarsi. Non ho mai avuto problemi con i giocatori di qualità.
E Inzaghi, che ha allenato a Piacenza quando era all’inizio della sua carriera?
Era incredibile, gli rimbalzava la palla addosso: molto diverso da quello che cercavo come centravanti, perché io volevo uno che facesse le sponde e si allargasse poi sulle fasce per crossare.
Ma dentro l’area di rigore era un fenomeno: quando gli arrivava un cross era goal. Negli ultimi sedici metri era un animale. Non solo in campo, ma anche nella vita al di fuori. Pensava al calcio dalla mattina alla sera: una dedizione totale, un vero professionista. I grandi sono fatti così.
C’è qualcosa nel calcio di oggi che la entusiasma davvero?
Sì, il Como. È una delle poche squadre in Italia che gioca in modo moderno: verticalizza, accelera. Ma ci sono pochissimi esempi come questo nel nostro campionato.
Vedremo cosa succederà con le decisioni di chi comanda in federazione. Ho letto recentemente un’intervista a Bierhoff: in Germania, ha detto, abbiamo sistemato i problemi creando le Academy. In dieci anni hanno investito tanto nei settori giovanili, facendo spendere anche alle società per formare allenatori professionisti.
È lì che bisogna lavorare, seguendo chi fa le cose giuste. Basta con le mode televisive: il calcio è semplice.
Oggi il calcio è troppo dominato da analisi dati, video e tecnologia?
Non sono contro la tecnologia. Già nel ’93 usavo il computer per gli allenamenti, mi ero fatto sviluppare dei programmi appositi. Poi però l’ho abbandonato: preferisco scrivere tutto a mano, sono un grafomane.
Io vivo di sensazioni, di emozioni. Questo oggi manca al calcio. I ragazzi vanno lasciati liberi, soprattutto da piccoli.
Quanto contano davvero la disciplina, il sacrificio e le gerarchie nello spogliatoio?
Sono tutti valori importanti, che ho imparato dai “vecchi”. Quando arrivai a giocare nella prima squadra del Brescia, portavo le valigie nelle trasferte. Noi giovani non ci cambiavamo nemmeno nello stesso spogliatoio della prima squadra: dovevamo prima guadagnarcelo.
Sono cose che ti facevano crescere nei comportamenti. In campo i “senatori” ci proteggevano come fossimo dei figli, fuori ci insegnavano il rispetto. Era una scuola di vita da cui ho imparato tanto e che sarebbe sempre utile anche oggi.
Una domanda sulla Nazionale: chi sarebbe il CT giusto?
Io metterei Claudio Ranieri. Serve un CT che abbia esperienza, personalità, uno che sappia farsi rispettare e che entri anche nelle dinamiche organizzative del calcio. Che non si faccia influenzare nelle scelte.
E nomi come Conte o Allegri?
Allenatori di grandissima esperienza, ma non so se abbiano voglia di fare il CT. Oggi è difficile capire anche le dichiarazioni: la verità la dicono in pochi, perché spesso può essere pericoloso.
Cioé?
Parlo anche del ruolo dei social. Io stesso mi sono stupito di questi media. Sono entrato su Instagram da quando ho scritto la mia autobiografia e ho pubblicato delle mie dichiarazioni: 400.000 visualizzazioni. Ma davvero la gente passa tutto il giorno al telefono?
Un team manager di una squadra importante mi ha detto che nemmeno io riuscirei a vietare gli smartphone nello spogliatoio. Ma a cosa servono lì dentro ai calciatori?
Parliamo del Brescia, la squadra della sua città: come ha vissuto le vicende recenti e cosa vede nel futuro?
Non so cosa succederà, ma mi conforta che la società sia stata presa da un imprenditore bresciano serio. Pasini l’ho conosciuto: è una persona d’altri tempi, uno che mantiene la parola. La cosa importante è avere una società solida, con idee e programmi: poi se riescono anche a tornare in B già quest’anno…
Ho un legame fortissimo con la mia città. Io sono del quartiere Carmine, che a Brescia è come il Bronx per New York. Il mio orgoglio più grande è stato arrivare nella prima squadra delle Rondinelle: lo è stato per me, per la mia famiglia e per l’intero quartiere dove sono cresciuto.
Sono cresciuto in una famiglia di lavoratori, una famiglia onesta e di poche parole. Da qui è nato il titolo della mia autobiografia, “Rànget”, che in dialetto bresciano significa arrangiati: era quello che mi diceva mia madre quando avevo dei piccoli problemi; ma allo stesso tempo con gli occhi mi comunicava che mi voleva bene e capiva subito cosa pensavo.
Sono valori che mancano al calcio di oggi?
Certo, bisogna che i calciatori crescano prima come uomini che come giocatori. E poi c’è la questione del merito. Io ho smesso di lavorare come allenatore perché non ho mai avuto un procuratore.
Qual è il ruolo dei procuratori oggi?
Un ruolo determinante. Ho letto di recente che le società di calcio italiane hanno speso circa 300 milioni di euro in commissioni per i procuratori. Sono tutti soldi che escono dal sistema e vanno a finire a Montecarlo.
Poi c’è un altro tema collegato a questo: parlo di ragazzini di dodici-tredici anni con il procuratore. Non sono cose pensabili: e questo avviene con il sostegno dei genitori, che sognano un futuro da professionisti per i loro figli e sono disposti a pagare. Si sta iniziando a parlare di nuove leggi che alzino a sedici anni la soglia minima, ma ci arriviamo già troppo tardi.
Questo avviene perché chi prende decisioni spesso non è scelto per merito. In tutti gli ambiti è così: il merito si vede poco, e invece dovrebbe essere centrale. Se tu unisci merito, valori e rispetto delle regole, hai già risolto gran parte dei problemi.




